Il Social Business secondo me

Non esiste business che non sia social business.
Parliamone, e partiamo da un lontano che è molto più vicino di quel che si pensi, il 1921, anno di pubblicazione di Psicologia delle masse e analisi dell’IoFreud afferma: nella vita psichica della persona l’altro è regolarmente presente come modello, oggetto, soccorritore, nemico. Perciò la psicologia individuale è “al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.

A distanza di quasi un secolo questo pensiero potrebbe sembrare un banale cambio di etichette, ma per la prima volta allora il teatro della vita mentale venne traslato dallo spazio intrapsichico a quello della relazione. Sviluppo, patologie e possibilità comprese.

Allo stesso modo, penso non esista business che non sia social business, business che non emerga dalla collaborazione e da questa tragga vitalità, prosperità, crisi, rinnovamento. Così come la consulenza non può essere un prodotto per il business ma esperienza di dialogo, relazione e, nel migliore dei casi, collaborazione evolutiva.

Cosa è allora social business? Cominciamo parlando di innovazione: cosa intendiamo per innovazione? Gary Hamel (2007) dice a tal proposito che “è difficile pianificare l’innovazione, ma ci si può organizzare per essa”.

Per questo preferisco portare l’esempio di Ricardo Semler piuttosto che quello di Steve Jobs: con Jobs abbiamo il Mito dell’innovatore, il tocco magico, l’irriproducibile e, a livello organizzativo, le esperienze di apprendimento e rinnovamento sono ad oggi opacizzate dalla figura ingombrante del dittatore benevolo; per questo è bene aspettare che tali esperienze abbiano modo di depositarsi al netto dell’impatto emotivo della scomparsa di Jobs.

Da Ricardo Semler abbiamo una visione organizzativa più elaborata: è un imprenditore brasiliano che nel 1982 eredita le sorti dell’azienda di famiglia sull’orlo del fallimento, la Semco, e sostituisce l’assetto piramidale gerarchico con quel che qualcuno potrebbe chiamare anarchia (nel senso comune diminutivo di dis-organizzazione) ma che noi diremo social business ante litteram: i dipendenti fissano le proprie ore di lavoro e i livelli di retribuzione percepiti, partecipando ai profitti di unità; i subalterni assumono e valutano i propri supervisori; tutti i lavoratori sono coinvolti nell’elezione della leadership aziendale e fautori delle strategie di business. Partecipazione dal basso, intelligenza collettiva, crowdsourcing davvero al lavoro.

Il caso Semco

La capacità innovativa, il valore di un’azienda, passa tanto dal management quanto dal lavoratore, attraverso l’elemento comune della passione. Il dovere della passione

  • per il management: solo possedendo passione per il tuo business puoi accettare di provare cose radicalmente nuove come crowdsource e social innovation, attività che hanno in sé il germe della creazione e pure del sovvertimento dello status quo, della creazione e del caos: potere generativo dunque, anziché potere di posizione. Posso accettare di perdere potere nel business solo se amo quel che faccio più della posizione che in quel business ho raggiunto;
  • per il lavoratore: è chiamato a responsabilizzarsi, partecipare, inventare e condividere, e queste attività dispendiose, più simili alla vita che al travaglio, possono avere luogo solo in un sistema in cui dò impegno, sono engaged, se quel lavoro ha a che fare con la mia identità prima che col mio portafogli.

Quindi il discorso iniziato con l’innovazione finisce sulle passioni, quanto di più volatile vi sia al mondo? La chiave del social business risiede in un fragile equilibrio di soddisfazioni particolari e personali?

Oppure è un equilibrio di soddisfazioni più alto? È un po’ come la storia del questionario sulla felicità distribuito recentemente in UK: se noi qui in Italia ne ridiamo, schernendolo quantomeno come un tentativo superfluo, forse è perché abbiamo dimenticato quale relazione corre tra il nostro lavoro e l’aspirazione ad essere felici. Perché una relazione c’è, e si trova nella dimensione social di ciò che facciamo.

E’ nostra esperienza quotidiana: non c’è felicità individuale che non sia anche sociale. Intanto un fatto: Semco è caso di studio in 76 business school nel mondo e, ad oggi, un segreto ben custodito.

È tempo di uscire da scuola.

Paolo

6 Responses “Il Social Business secondo me” →
  1. Abbiamo avuto un esempio unico a livello mondiale proprio qui in Italia su cui dovremmo riflettere di più. Adriano Olivetti ha creato non solo un’azienda, ma un intero ecosistema locale dove il benessere collettivo coincide con l’interesse aziendale. Molto in comune con Semler, ma molto vicino a noi geograficamente e culturalmente.
    http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=312
    L’impronta lasciata da Adriano Olivetti a Ivrea (urbanistica e sociale, quest’ultima ormai quasi dissolta) è attualmente in fase di valutazione da parte di UNESCO per essere eletta patrimonio mondiale dell’umanità. La difficoltà più grossa sta nel fatto che non si tratta solo di acquisire la tutela del patrimonio tangibile (architettura pubblica e industriale) ma anche del patrimonio intangibile. Il tema è quindi capire come definire e razionalizzare quel modello sociale/aziendale che ha generato quell’esperienza. Questa è una sfida che l’UNESCO sta affrontando e che potrebbe essere utile per valorizzare e quindi abilitare la replica di quell’esperienza.

    Reply
    • In effetti il ‘caso Olivetti’ è citato spesso nei discorsi organizzativi, limitandosi a segnarlo come caso di eccellenza e di eccezione alle possibilità italiane. Si tratta, come dici, di un patrimonio da valorizzare; e non basta studiare: credo c’entri anche una certa dose di coraggio – oltre che di cultura dell’organizzazione – che rende gli imprenditori tali, capaci di incidere sul sociale quanto sul profitto.

      Ti ringrazio per il commento, continua a seguirci
      Paolo

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