Il pessimizzatore

Posted on February 21, 2013 by

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È nato prima il leader o la crisi?  – due entità così intimamente legate nell’idea di gruppo sociale da poter essere sostituite a uovo e gallina nel famigerato rompicapo: voi che rispondereste?

C’è il leader: figura a seconda dei casi fondativa, carismatica, salvifica, dispotica, catalizzatrice. E c’è la crisi: l’instabilità, il trauma, il cambiamento – dall’etimo, la scelta. Parlare di comunità significa parlare di crisi. E leader è chi prende la scelta.

Scrivo di leadership partecipata e qui mi voglio soffermare su un particolare: quale scelta. E’ comune pensare che il leader debba saper scegliere attraverso una conoscenza del “sistema” non comune, maggiore rispetto alle altre persone della comunità – altrimenti che leader sarebbe? Una conoscenza accresciuta dalla preparazione, nel caso del leader tecnico; dall’esperienza, per il leader self-made; da naturale sensibilità, per il leader nato. Un mix di queste cose in realtà.

La cognizione del leader non è solo vasta ma volitiva, urgente; di un’urgenza che il “vero leader” sa spingere alla visionarietà, al prevedere e manipolare il sistema. Così pensiamo al leader come a un carattere evolutivo, un ottimizzatore; le sue idee – anche quelle più innovative – si muovono nell’esistente e lo plasmano, lo migliorano. Ottimizzare è sfruttare qualcosa nel modo migliore. Ad esempio far crescere i posti di lavoro.

Ma che succederebbe se non ci fossero più cose da sfruttare, se il sistema fosse esausto? In questo caso credo che il prossimo leader potrebbe essere un pessimizzatore: uno che sceglie di non accrescere, anzi di distruggere. E già solo la parola inquieta: la capacità distruttiva è nelle nostre comunità un tabù come tutto ciò che intacca l’integrità e la persistenza dell’esistente.Però sta proprio in tale offensiva al presente l’innovazione dirompente anziché incrementale, e in tale discontinuità la leadership non rassicurante ma efficace.

La capacità distruttiva è una forza universale, straordinaria, non necessariamente violenta: la frustrazione che muove il violento e il pessimizzatore è la stessa ma laddove il primo risolve da sè e fa “il giustiziere solitario”, il secondo sa che la giustizia non è tale se non inclusiva; e perciò sa che sfiduciare il sistema non basta: bisogna immaginarne un altro attraverso il dialogo con i co-esistenti.

Ma davvero il pessimizzatore lo sa? Chi garantisce che, una volta fatta tabula rasa, vorrà dialogare? Un po’ di inquietudine resta, però dovrebbero inquietarci di più le bonarie rassicurazioni dell’ottimizzatore: è semplicemente impossibile incrementare ciò che è esausto. L’ottimismo, in questo scenario, è immobilismo. L’immobilismo, in ogni sistema, è realmente distruttivo, fatale.

Dunque che fare? L’antidoto all’arbitrarietà del pessimizzatore è partecipare: che la scelta di cui sopra non sia materia di pochi; che la crisi solleciti una massa critica di pessimizzatori: solo questo garantisce che la necessaria energia distruttrice non sia il modo di condurre ma una fase, una conversazione.

In fondo, di uovo e gallina tutto quel che sappiamo è che nessuna condizione è permanente; vieppiù in un sistema di umani appetiti.