“Tanto poi non cambia nulla”: logiche organizzative a confronto

Posted on December 4, 2012 by

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Solita visita in stabilimento, passeggio accanto alle macchinette del caffè di una azienda italiana; le frasi che ascolto mi fanno pensare:

… “tanto poi non cambia nulla”,

“si, ci fanno partecipare ma alla fine decidono loro”,

“per noi il vostro parere è importante perché siamo una famiglia, e io sono il capo famiglia”,

“l’importante è far crescere il senso di appartenenza” … 

I nostri manager sanno confrontarsi con questi argomenti? Parliamo di ciò che è logico e coerente nella gestione di un’organizzazione.

Più o meno strutturate, organizzate secondo le teorie tayloristiche o dei social network, oggi ci prendiamo un minuto per riflettere sulle regole che guidano le dinamiche produttive e sociali all’interno delle aziende, e dei gruppi di lavoro in generale. Noi che, per lavoro e per diletto, aiutiamo le organizzazioni ad analizzare se stesse per capire come raggiungere gli obiettivi più facilmente e velocemente, mettiamo a confronto due concetti: il controllo e la partecipazione.

Logica A: Il controllo

In questo lavoro di osservazione delle imprese, notiamo come esistano logiche di controllo che regolano le attività e costituiscono uno strato granitico della cultura aziendale. Ne abbiamo incontrate ovunque, in piccole e medie aziende, in multinazionali, in tutti i settori; anzi a pensarci bene non abbiamo conosciuto altro che logiche di questo tipo. In mezzo a responsabili e manager di talento, tra gruppi di lavoro efficienti e persone motivate a fare sempre meglio il proprio compito, abbiamo sbattuto il muso con la credenza che “per fare bene un’attività è meglio controllarla”; ma in questo  modo abbiamo bisogno di due entità: una che produce, una che controlla.

Logica B: La partecipazione

Nella sperimentazione di teorie organizzative alternative, abbiamo teorizzato e studiato le reti di relazioni come fattore critico di successo delle attività produttive di un gruppo di lavoro. Queste reti, più o meno esplicite, rendono la collaborazione un modo di pensare e di fare capace di leggere il lavoro una pratica comune, un comune sentire, un obiettivo condiviso. Le logiche di partecipazione regolano queste reti e permettono di accrescere in modo virale  la motivazione delle persone che ne fanno parte. In mezzo alle gerarchie formali, alle postazioni di lavoro e gli uffici con quadri d’autore, in mensa e in sala riunione, abbiamo conosciuto colleghi che si aiutano e si confrontano per completare con successo un percorso di produzione, condividendo oneri e onori in modo paritario; abbiamo bisogno di tutti: uno produce e gli altri sono invitati a farlo, nessuno controlla o meglio tutti controllano. 

L’errore e la scelta inesorabile 

Logiche di controllo e logiche di partecipazione. Come si integrano? Come convivono? Niente da fare. Non si può fare, almeno logicamente. Le organizzazioni, per cambiare e migliorare, provano ad introdurre logiche di partecipazione (in tutti i progetti che oggi chiamiamo “social” si vede questo tentativo) ma commettono un errore logico, fatale e goffo.

Stimolare la partecipazione senza modificare il controllo non ha senso

Il rischio e l’errore da non fare è intraprendere un’operazione di facciata in cui la cultura aziendale non viene toccata e le azioni appaiono agli occhi dei collaboratori come un atto demagogico che non porta al cambiamento. Di queste operazioni di facciata in cui l’azienda ricerca la partecipazione dei singoli (con obiettivi diversi) ne abbiamo una gran carrellata, ma ognuno ne può raccontare una. 

Salviamoci da questo errore, scegliamo bene. Controllo o partecipazione. Ai manager la scelta. Se optiamo per la seconda, come ci auguriamo, allora rivediamo la nostra logica di controllo magari sostituendola con un concetto di responsabilità distribuita e un allargamento degli obiettivi comuni… benvenuti sulla nave della collaborazione.

Giuseppe, partecipante controllore