La paura del capo, l’assurdo che comanda.

Posted on October 24, 2012 by

0


ugly-boss1


Parliamo di paura e di responsabilità nelle organizzazioni. Per lavoro e per diletto mi ritrovo spesso a girare per organizzazioni molto diverse tra loro, per dimensioni e settore industriale, ma osservo molte dinamiche comuni. Tra queste affiorano tra gli obiettivi e i risultati alcuni comportamenti organizzativi dettati più dalla paura che dall’efficienza e efficacia.

Due primi postulati del benessere aziendale:

A) il lavoro è fatto di relazioni umane che hanno un peso incalcolabile all’interno dei processi formali e delle attività pianificate

B) il calcolo di questo peso e la cura di tali relazioni sono tra i compiti trascurati dal management di una grande company o dal piccolo imprenditore

Continua l’osservazione; ecco un caso tra i tanti.

Partecipo alla riunione per scegliere quali risultati presentare di una analisi organizzativa effettuata, e le considerazioni fatte dagli interlocutori aziendali sono sempre incentrate sulla reazione che avrà il loro capo (lo chiamerei responsabile, ma mi attengo al linguaggio del contesto in cui mi trovavo). Provo a riportare il discorso sulle tematiche d’interesse che sono alla base della analisi effettuata e sugli obiettivi che la hanno scaturita; tutto inutile. La reazione del capo decreterà il successo dei risultati e quindi meglio focalizzarsi ad immaginare quali parole saranno più riconoscibili e confortanti per l’interlocutore maximo.

Mi sono chiesto quale sentimento spinge ad accomodare i risultati e le comunicazioni se non quello di migliorare e dare il giusto senso e significato al lavoro che viene generato. Mascherare, cambiare le parole e quindi il senso delle cose, aggiustare sicuramente porta a dei vantaggi ma anche a delle aree grigie in cui il non detto (risultato non piacevole da ascoltare) o il detto con altre parole (dato sottolineato perché gradito) allontanano il manager dalle giuste decisioni, dalle soluzioni e, in definitiva, dalla realtà organizzativa (differente dall’idea di organizzazione che ha anche il più bravo dei manager). 

Solo la paura, contagiosa come la voglia di fare sempre meglio, può generare tanto. Paura di una reazione sgradita, di una decisione che implica ulteriore lavoro, di una valutazione che non premia i collaboratori. Dopo tutta l’energia che spendiamo a interpretare il lavoro come parte della vita e del benessere possibile di uomini e donne, questo diffuso sentimento è semplicemente ASSURDO.

Tre considerazioni sel tema (due mie e una ispirata)

1. La paura è diversa dal timore. Il timore referenziale nei confronti di chi è più competente e/o è più responsabile rispetto alle attività di lavoro è un sentimento che ha sempre prodotto buone condizioni di lavoro, buone motivazioni e quindi buoni risultati. Pensate al timore (infantile) di essere considerato un buono a nulla dalla propria maestra; adesso pensate alle urla di un capo che lancia un documento in terra e ci appella come incapaci.

2. La paura è il segnale che un manager non ha curato l’effetto che le sue reazioni possono generare sui propri collaboratori. Ci si può allenare a lanciare le giuste sensazioni verso gli altri per motivare al massimo le persone ? Si, a patto di riconoscere la cura delle relazioni come un compito non secondario del management ma fondamentale per la gestione di un team … E non mi si venga a parlare di “clima aziendale” se non avete verificato che la paura del proprio capo è completamente debellata.

3. (Considerazione ispirata dai dizionari di lingua italiana) Il termine paura ha molte interpretazioni e declinazioni (vedi i sinonimi) ma quel che ho scoperto è che ha due concetti contrari molto diversi ma tutti utilissimi all’imprenditoria quanto al benessere: coraggio e serenità.

E adesso parlatemi d’incentivo economico e di promozione in organigramma…

Il vostro, sempre timorato, Giuseppe