E’ solo lavoro (ma mi piace)

Posted on September 11, 2012 by

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Siamo fuori tempo massimo per parlare di stress da rientro? E dobbiamo davvero dire la nostra su questa liturgia prediletta dai tg? Sì, sento che devo. Devo perchè ovunque risuonano borbottii quali “eh, mi tocca rientrare… il solito tran tran… una settimana e sono stressato come non fossi mai partito”. Devo perchè ogni liturgia è rassicurazione e malcela un dubbio interessante da sfruculiare. Ma anche per il commento a un post di Giuseppe, letto in colpevole ritardo ma al momento giusto: il rientro, per l’appunto.

Discorrendo di difficili equilibri tra lavoro e tempo libero, Fabio rivela:

Ad oggi sono personalmente ancora in dubbio se lavorare mi piaccia o sia un inevitabile fardello.

Fabio è un amico. Conosco la sua carriera di consulente e formatore tra Milano e Torino e poi quella da skipper e avventuriero tra Venezuela, Curaçao, Stati Uniti… i paesaggi e le bellissime solitudini; perciò so che la sua non è una provocazione ma una riflessione sincera. Fabio è in dubbio. I suoi dubbi sono i miei e, credo, di chiunque sia prima o dopo sottoposto a una certa dose di stress sul lavoro. E’ normale. Il lavoro non è il tempo libero. Ma quando diventa fardello?

Ci aiuterebbe riflettere sui modi in cui ne parliamo: ad esempio prima il dovere e poi il piacere; o il travaglio, la fatica, l’impresa… Ma non voglio divagare, lascio a voi una riflessione, e la faccio breve: io penso che il lavoro assuma la dimensione di fardello quando non crediamo – o non crediamo più – in quel che facciamo. Piacevole quando – o fintanto – ci crediamo, e non è “solo lavoro”.

Questo è l’equilibrio – flessibile fino alla schizofrenia – da raggiungere. Certo, sulla scia che porta a tale condizione affiorano tanti ostacoli (esempio classico: una famiglia da mantenere), ma altrettanti ce li imponiamo sulla base di ideali di vita su cui, forse, non si riflette abbastanza, e genuinamente. Basta origliare i viaggiatori di un autobus (ndr: sì, lo faccio: è per il blog!) per sapere che molti vivono una balla, o comunque una certa confusione esistenziale. Esempio classico: “lavoro in banca, guadagno bene sì, ma io sarei un artista, un creativo”; altro esempio, in rapida diffusione: “sono manager, ma niente mi appaga come coltivare la terra”.

Quali lavori sono importanti? Quali da sfigati? Quali danno potere? Quali danno successo? Fittizie spesso sono le risposte che ci diamo (non senza pressioni esterne) fin da giovane età e poi forsennatamente portiamo avanti, tutta una vita, ritrovandoci ai famigerati borbottii di cui sopra. Quando rientri in che cosa rientri?

Penso che qualsiasi lavoro abbia dignità, se fatto con passione; e, addirittura, utilità. Se la passione è vera tu non saresti un creativo, lo sei; la terra non ti appaga vagamente, ma ti sporca e ti nutre. Il lavoro non è tutta la vita, ma deve essere un’urgenza vitale. Resto in vigile dubbio, se lavorare mi piaccia o sia un inevitabile fardello. Nei giorni fausti mi dico: lo so, è solo lavoro ma mi piace! [pseudo-cit.]