Collaboriamo, ok, ma che vuol dire?

Posted on July 6, 2012 by

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Patrich Depailler-Tyrrell P34


Parliamo di collaborazione, oggi sempre più evocata come mezzo per aumentare la produttività di contesti multinazionali o l’efficienza di piccoli compiti di lavoro. Collaborazione a volte come spunto audace per il futuro, a volte come concreta possibilità odierna, altre come necessaria cura alla crisi che – siamo infine tutti d’accordo – chiama a ripensare radicalmente il nostro modo di organizzarci, lavorare, creare valore.

Alcuni trend degli ultimi anni sembrano dar credito alla crucialità della collaborazione: la diversità oggi è un tema forte; in particolare è diffusa l’idea che la diversità di pensiero – il mescolare – generi valore; inoltre, il concetto di collaborazione ha convenzionalmente accezione positiva e ben accetta (non ambigua come rivoluzione, non negativa come eversione): alcuni vorrebbero rivoluzionare, quasi nessuno se la sente di mettere sottosopra un sistema, ma chi di noi non vorrebbe collaborare?

A questo punto, che aspettiamo a farlo? Io credo ci sia un passaggio preliminare: se vogliamo collaborare dobbiamo prima dirci cosa è per noi collaborare. Credo non sia banale trovare un terreno comune, tra terzi ma anche tra attori dello stesso ecosistema: se per un attore collaborare può voler dire abbattere i silos aziendali, un altro potrebbe non sapere nemmeno di trovarsi in un silo, e perciò non avvertirne giovamento; oppure, se una parte vede bene uno scambio di dati, un’altra può chiedersi perché mai “dare via” l’unica fonte, ad oggi, del proprio valore in quel sistema. Ad oggi. Il senso della collaborazione va negoziato tra spazi (unit, dipartimenti) ma anche nel tempo: quando il nostro operare insieme darà frutti? Quali tappe intermedie aiuteranno il sense making? Niente placa le ansie e ridicolizza (l’abuso di) potere quanto un progetto concreto, eccitante. Fatto proprio e perciò condivisibile.

Questi alcuni possibili fraintendimenti; ci sono poi casi in cui una parte vuole deliberatamente sfruttarne un’altra, ammantando la cosa di ‘collaborazione’: “ti proponiamo una collaborazione…” non è forse il preambolo più in auge per una offerta di ‘lavoro’ indecente, non dignitosa?

Spazi, tempi, progetti… il punto credo sia uno: perchè collaborare? 

A chi già pazientemente sta leggendo chiedo di proseguire nell’opera di bene rispondendo a queste domande (che – giuro – non sono retoriche):

Cosa significa per te collaborare?

Quali occasioni hanno stimolato in concreto la tua capacità di collaborazione?

Tra quali persone ti sei sentito collaborativo?

E poi, cosa c’è di bello, di utile nel collaborare (anzichè procedere in un altro modo)?

Quali contesti lo richiedono e quali lo sconsigliano?

Che valore aggiunto porta per te e per chi ti circonda?

Proviamo a rispondere non per le teorie o le emozioni che siamo abituati ad associare a ‘collaborazione’, ma secondo esperienze, tentativi, frustrazioni, aspirazioni. Potrebbe risultare utile per sfatare miti venefici per la collaborazione stessa, per scoprire una rete di affinità, per attivarla. Creiamo mondi ogni volta che ne immaginiamo, e alcuni addirittura si fanno davvero.