Non siamo pari

Posted on May 10, 2012 by

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Peer-Reviewing


C’è chi dice che tutto sia ‘politica’: il giornale che teniamo sottobraccio in metrò, il vicino che salutiamo oppure no, la macchina che compriamo, noleggiamo o sorpassiamo a piedi nell’ingorgo di Porta Genova… ogni gesto, in società, emana politica. Che lo si voglia o meno.

Io vedo una dote politica nel social business. Credo che l’anima del social business sia politica, intesa come forza di cambiamento, di – uso una parola desueta – progresso.

Una premessa: per progresso intendo che le persone parte di un consorzio sociale più o meno esteso, tutte, abbiano voce, ruolo attivo nel presente, nella porzione di futuro che abiteranno e perfino un po’ più in là – se hanno a cuore figli, cuccioli di cuccioli di pedegree, action figure ben sigillate… qualsiasi cosa dia loro motivo la mattina per sfilarsi dalle coperte e prendere parte a tale consorzio anzichè starsene da soli in cima a una montagna. Anche quella è una politica, ma qui parlerò di socialità, di tentativi dello stare insieme.

Il social business è un tentativo concreto dello stare insieme e del fare insieme. In quanto fatto politico, porta con sè enormi potenzialità e ancor più enormi resistenze da chi oggi detiene posizioni di potere.

Aggiungo un’altra premessa, di contesto: è sempre più arduo seguire un tg senza uscirne nauseati. La crisi, certo, ma ancor più la ripetitività dei temi, delle facce, delle ‘soluzioni’ degne di un Gattopardo riscritto da una manciata di primati abulici.

Cosa c’entra il social business? Non sono sicuro, ma spero possa c’entrare. Provo a spiegarmi. Un’etichetta che usavo, cominciando anni fa a parlare di forme organizzative emergenti da ambienti più social che gerarchici, è quella di peer, di pari. Intesa come in peer review (dove autorità = autorevolezza) e in peer-to-peer, comunità i cui partecipanti non si ‘sentono’ per gerarchia ma attorno a un progetto che eccita di volta in volta competenze e responsabilità diverse. ‘Tra pari’ – intendevo – un campo organizzativo plasmato non su posizioni di potere, ma per sciami di influenza.

Questa idea di organizzazioni di pari, forse perché allora carica di una forte idealizzazione – cioè che tutto potesse costituirsi come un wiki – non è ancora invecchiata. Anzi la suggestione di una Social Enterprise è più che mai vivace e in casi d’avanguardia va concretizzandosi in progetti, ad esempio piattaforme di Social Innovation e Idea Management che consentono a grandi aziende di stimolare le intuizioni e mettere a frutto le competenze di tutti i propri lavoratori, dislocati – spesso dispersi – geograficamente e gerarchicamente; lavoratori che in questi progetti sono coinvolti in prima persona nella creazione di valore – e di senso del lavoro stesso. Questo può dare il social business.

Per quale motivo stiamo insieme nonostante la complessità crescente al crescere dei punti di vista? Quale il senso della nostra collaborazione? La risposta a mio parere è da cercarsi entro l’orizzonte progettuale che viene incredibilmente amplificato dalla co-esistenza. Questo è ciò che rende l’essere umano in qualche modo speciale su questo pianeta.

Tali quesiti possono servire a interpretare anche la situazione sociale dell’Italia. Non è banale chiedersi perché stiamo insieme alle persone con cui stiamo, anche a livello di Paese. E n0n è forzatura paragonare il rapporto attuale tra giovani e meno giovani – in Italia – a una salda gerarchia.

Bisogna capire quale tipo di patto lega le persone, vecchi e giovani, quale il senso del consorzio. E’ un patto sociale? Un patto tra generazioni, un patto di sopravvivenza, di non belligeranza? O conosciamo solo il patto di gatto e volpe contro un pinocchio?

Essere pari in possibilità formative e di crescita, in flessibilità ammortizzata, voce in capitolo, chance (il mix è molto personale, e un’accorta gestione è materia per HR cosiddette 2.0): questa parità di possibilità al nastro di partenza – quindi in concreto di dignità – è la condizione affinchè le intelligenze possano farsi collettive, collezionabili e aumentabili sui progetti.

Se questa parità non c’è salta ogni patto, salta il tavolo: si va via, all’estero o comunque fuori dal consorzio produttivo; si mette a frutto intelletto su progetti ‘eversivi’ (alieni alla comunità – dal sabotaggio di siti istituzionali a violente recriminazioni); o più banalmente la generazione digitale, deprivata di stimoli e prospettive esperisce – al contrario di quanto si scriva e si speri – le reti sociali aumentate dalla tecnologia (che non sono di per sè la pietra filosofale della creatività) come reti a-sociali, senza alcuna creazione di valore se non un leggero rimedio alla solitudine. Una fruizione impoverita, che somiglia al ronzio della tv durante la cena – altro che intelligenza collettiva… La tecnologia ci aumenta, non ci nutre.

Io non mi reputo patriota, anzi spesso mi trovo a pensare che non esista cosa fittizia quanto la nostra nazione: sul versante delle motivazioni intrinseche, “stringiamoci a coorte” ce lo diciamo solo ai mondiali. E poi valori come “tengo famiglia”. Legami di nostalgia, di timore, di inclusione/esclusione, è dura che stimolino valore, e nemmeno denaro, sviluppo in senso occidentale. Non siamo pari così, in caste. E sulle motivazioni estrinseche? Stipendio, pensione, welfare… Quasi meglio non pensarci. A coorte, qui, si stritola. Non siamo pari.

Che fa la comunità Italia? Stiamo al business: spesso – non so se per cattive traduzioni da fonti inglesi o per vera malignità –  si parla di ‘sfruttare’ le energie dei network, dei giovani: il management deve saper sfruttare le reti, le idee, il tesoro selvatico dei nativi digitali; con lo stesso piglio dei mercanti sull’arte. Ciò non è solo deprecabile: non funzionerà. La scintilla del social business è la passione. Tu, manager, pensi di aver carpito una intelligenza al tuo servizio, garantito dal fatto che di questi tempi è dura trovare perfino uno stage non retribuito, e quella che fa? Volta le spalle e va dove va una passione, magari al di là del confine.

Già, i confini. Forse l’idea più obsoleta con cui interpretiamo i nostri giorni. E’ naturale che i flussi economici, di energie, di entusiasmo si spostino: l’America non è america da sempre e non lo sarà per sempre. Tutto è in movimento. I nuovi confini saranno gli interessi, le passioni. Le nuove ‘nazioni’ le comunità. Di pari, di appassionati, di persone che alla solidità del potere preferiscono l’effervescenza della creatività. All’autorità della parola la dignità dell’opera. Alla durata l’intensità. Lo penso davvero. Siamo pari quando le nostre idee e le nostre opere danno progresso alla nostra comunità, che questa duri alcuni secoli o qualche scambio peer-to-peer. Sembra una cosa matta, ma credo somigli più al benessere questa idea che tutte le teorie di sviluppo (anche organizzative) occidentali, da Taylor all’ultima manovra bis. Accadrà che staremo insieme per entusiasmo e non per calcolo. Vale per famiglia, azienda, e tutti i momenti di socialità. Se non ti piace comincia a risparmiare per la tua cima di montagna, ma dubito ce ne saranno abbastanza.