Ma vai a lavorare! Meglio sapere che…

Posted on March 15, 2012 by

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post marzo



Parliamo di ricerca del lavoro, un tema di attualità pressante. A leggere i giornali, la ricerca del lavoro per i giovani è una sfida che nel 50% dei casi si risolve in un fallimento o peggio nel precariato. Affrontiamo questo fenomeno, sempre più sottovalutato dal punto di vista dell’impatto sociale futuro, con un’osservazione di alcuni fattori che non aiuterà a generare più occupazione ma almeno a riflettere di più.

Specializzazione

I percorsi di studio, guardando all’offerta formativa odierna, portano ad una sempre maggiore specializzazione che consente di possedere competenze, per lo più tecniche, uniche. Questa tendenza dell’apprendimento non è una scelta automatica ma un fattore culturale molto forte nelle nostre comunità. Nelle organizzazioni ci sono sempre più ruoli legati a competenze specifiche ma, se guardiamo alle caratteristiche personali richieste ad un neo-assunto vediamo come la flessibilità, la trasversalità degli interessi e la capacità di dialogare con linguaggi, culture e discipline diverse è un fattore distintivo a volte determinante.

Volatilità del mercato

La flessibilità non è solo un fattore che fa a pugni con la specializzazione ma anche un risultato dell’instabilità della domanda combinata con la difficoltà di cambiare velocemente i processi produttivi per la maggior parte delle organizzazioni attive oggi. Una figura professionale che non è capace di aggiornarsi e riciclarsi a seconda delle richieste esterne non è un buon investimento per il futuro.

Geografia

Ultimamente ho letto un articolo del Sole24ore  che dichiara la maggiore possibilità di occupazione nelle piccole regioni come le Marche, l’Umbria e la Valle d’Aosta. Questo fatto mi fa pensare quanto siano realmente luogo di occupazione le grandi città e come il modello economico sia vittima della concentrazione di interessi intorno alle metropoli. Lo squallore della disoccupazione assume le sue forme più svilenti nelle periferie delle città, dove si accalcano i possibili avventori dell’impiego fisso o saltuario.

Modelli positivi e negativi

Il fenomeno che osservo da tempo è che i giovani scelgono il lavoro, in modo più o meno consapevole, seguendo la storia di una figura di riferimento, una zia o un amico di famiglia, un esempio insomma. Conoscere i mestieri partendo dai racconti e dalle osservazioni di chi è più vicino e più facilmente emulabile sembra essere una tendenza ricorrente; migliora la conoscenza della carriera e diminuisce la possibilità di trovarsi con un mestiere che non ci piace. Stesso discorso per quanto riguarda il negativo. “Io non potrei mai fare quel lavoro … ” è una frase ben più ricorrente di tanti ragionamenti all’ufficio per l’orientamento al lavoro.

Auto-realizzazione 

Il lavoro come mezzo per il raggiungimento di una condizione è davvero un’interpretazione distorta dell’umanità. Anche se il modello culturale predominante richiede motivazioni sempre più legate al possedere “un mestiere che permette di”,  non è possibile che la scelta si riduca al lavoro meglio retribuito. Ascolto giovani che si apprestano a scegliere un percorso che parlano solo di questo fattore come corrispettivo dell’auto-realizzazione. C’è da fare, invece, una considerazione su quanto tempo bisogna investire nell’apprendere, curare, aggiornare e realizzare il proprio mestiere; c’è da sudare e spendere energie e tempo dentro una condizione di lavoro. Nel conteggio dei momenti di una vita intera, quanto pesa un mestiere ben fatto, che ci appaga come uomini e come lavoratori?

Cercare un lavoro, capire e ambire ad un mestiere non è roba da poco per una generazione bombardata di informazione come quella dei nostri giovinetti. La soluzione non è in una pagina di annunci economici e tanto meno al termine del percorso di studi.

Allora rimboccarsi le maniche? Si, ma solo dopo una riflessione su cosa stiamo davvero cercando.

 

 

L’addetto Ufficio Orientamento, Giuseppe