Un cervello in fuga dall’invecchiamento

Posted on February 8, 2012 by

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Disturbo la colazione di Alessandro Bitto via Skype. È un amico che non vedo da qualche estate, so che è all’estero per ricerca e voglio scoprirne di più.

Ciao. Mi parli del tuo lavoro?

Ciao. Non è ancora un vero e proprio lavoro. Teoricamente sono ancora studente di dottorato in scienze biomediche, biomedical sciences, quindi biologia molecolare, biochimica… Quando sei a questo livello di dottorato non è più solo una questione di studiare dai libri il già noto ma di scoprire qualcosa di nuovo, fare esperimenti in laboratorio e dare un contributo originale alla ricerca scientifica. Lo scopo del mio lavoro è la sperimentazione. Si riceve uno stipendio, ma è un lavoro ‘ibrido’, che diventa un vero e proprio lavoro una volta ottenuto il dottorato: non hai più l’obbligo di andare a lezioni e ai journal club (discussione di articoli tra studenti), ma hai il tuo lavoro di ricerca e, in America, è vista bene una posizione di post-doc, la transizione da studente a capo di laboratorio, cercando fondi indipendentemente. Altri tipi di sbocchi sono quelli di industria, tipo aziende farmaceutiche come Glaxo-Smith Kline e Pfizer, o l’insegnamento a livello del College. Il mio percorso potrebbe portarmi a entrambe le posizioni, ma sono orientato più sulla prima, ossia fare il post-doc per arrivare ad avere il mio laboratorio.

Quali sono i benefici del tuo lavoro sull’utente finale, sulla comunità?

L’avanzamento della ricerca scientifica si traduce in un avanzamento delle tecniche mediche: un classico esempio è la scoperta di Fleming degli antibiotici: prima dei suoi studi sulle muffe si moriva di polmonite, ora è sconfitta una buona fetta di malattie batteriche. Quello che faccio io, in futuro potrebbe concretizzarsi in tante piccole scoperte che si traducono poi, ad esempio, in nuove terapie anti-tumore, o cure per il diabete, e così via.

Benefici per te?

 Le motivazioni sicuramente non sono di stipendio. Non è un lavoro che si fa per soldi. Si comincia con uno stipendio minimo, in post-doc si guadagna qualcosa in più, e poi si arriva a posizioni decenti da professore. Ma molti altri lavori vengono pagati meglio: medico, avvocato, commercialista… La motivazione per cui uno lo fa, almeno dal mio punto di vista, è la passione, la voglia di scoprire, il piacere della ricerca, di capire nuove cose: come funziona la cellula, il corpo umano, perché invecchiamo, perché ci ammaliamo. Si può riuscire a lucrare tramite brevetti su una scoperta scientifica commercializzabile: dev’esserci un momento di fortuna e l’intuizione su qualcosa che può fruttare. Ma la verità è che nessuno di noi è in questo business per i soldi.

Quali competenze sono necessarie, che percorso di formazione?

Il percorso di formazione è universitario. Io sono partito dal liceo classico, ma non è così importante, è l’università che conta, una formazione scientifica: io ho fatto biotecnologie in Milano-Bicocca, studiando i fondamenti di chimica, biologia, biochimica, genetica, immunologia ecc… L’università in Italia è stata molto, molto buona: il primo anno in America mi hanno ripetuto le cose della mia triennale, ho fatto un anno di ripasso. L’Italia ti prepara in maniera egregia: chimica organica, biochimica, genetica, immunologia. Il problema è che, una volta finita la preparazione, il percorso di dottorato è un gran casino: in Italia cominci a lavoricchiare in qualche modo più o meno pagato in università, e a un certo punto per grazia ricevuta si apre un posto di dottorato e, sempre per grazia ricevuta, uno vi accede, con tempi e modalità imprevedibili, perché dipende da troppi fattori non necessariamente legati ai tuoi meriti e alle tue capacità. Io non avevo voglia di sottostare a queste politiche e sono andato a fare il dottorato altrove, dove i criteri di selezione sono più chiari. Questo è il motivo per cui mi trovo adesso a Philadelphia, alla Drexel University College of Medicine.

Sono scelte che non coinvolgono solo un percorso professionale, ma anche quello di vita.

 Beh sì. Non è solo quello il motivo per cui sono andato via: sarei potuto anche sottostare alla logica clientelare delle università italiane, se mi avesse dato la capacità di vivere indipendentemente. L’ultimo anno di specialistica l’ho passato in Erasmus in Belgio facendo la tesi, vivendo da solo. Da quella esperienza ho avuto la rivelazione definitiva che a casa non ci volevo stare più. Fare il dottorato in Italia avrebbe significato rimanere a casa dei miei a tempo indefinito. Grazie alla mia relatrice di tesi, italiana peraltro, ho trovato un posto come tecnico di laboratorio a Philadelphia, dove già dall’inizio mi davano uno stipendio che mi consentiva di stare da solo in un bilocale.  Quindi per me è stata la voglia di un percorso di ricerca ‘lineare’, non clientelare, e anche di indipendenza personale.

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Descrivimi un momento migliore del tuo lavoro.

Quando vedi il tuo nome su una pubblicazione scientifica, su un articolo, specialmente se è il primo nome, perché è colui che ha fatto la maggior parte del lavoro. È una soddisfazione, ti fa sentire molto bene.

Altro momento molto gratificante è quando hai un’idea, la provi, e vedi che funziona. Attualmente io mi occupo di invecchiamento: lavoriamo sui meccanismi cellulari e molecolari dell’invecchiamento, cerchiamo di capire i meccanismi che stanno dietro alla fragilità delle ossa, il diabete, la propensione alle malattie neurodegenerative quali Alzheimer e Parkinson, tumori alla prostata e al seno… è uno spettro molto ampio di manifestazioni, ma c’è alla base un meccanismo comune, una perdita di alcune funzioni della cellula necessarie al riciclo e il riparo delle parti danneggiate, del dna danneggiato.

Quanti trial & error ci vogliono per arrivare a dire: questo è giusto?

Troppi! [ndr: risa]. È un lavoro che mette alla prova la tua pazienza: gli esperimenti richiedono un certo rigore, le cose fatte per bene. Le volte in cui non hai l’idea giusta vedi i risultati e dici: “ok, avevo sbagliato, aggiusto la mia ipotesi”. Il problema è quando non fai le cose per bene o qualche variabile che non è in tuo potere interviene (ad esempio: le cellule sono rimaste troppo tempo fuori dall’incubatore, per l’incubatore aperto, o qualcuno ha lasciato le cellule fuori): tu fai l’esperimento e la risposta che cerchi non la vedi, è ‘coperta’ da altro. Trovi un risultato che non ti dice se hai ragione o no, perdi 2 o 3 giorni – a seconda della tecnica – e ti chiedi: dove ho sbagliato? Se non capisci dove sta l’errore ti disperi! Il momento peggiore è questa frustrazione di non sapere dove hai sbagliato. Si sorpassano questi momenti grazie alla passione per la scoperta.

 Consigli a chi vuole intraprendere questo mestiere?

Parlando a un ragazzo italiano, il consiglio è mantenere la passione, la voglia. Fin dal momento in cui si è sui libri, avere la passione di scoprire, di imparare, di capire, che ti dà una visione sul mondo diversa, a volte contro-intuitiva ma necessaria. Avere la passione di provare, di tentare: non solo tentare l’esperimento, il progetto di ricerca, ma anche tentare una strada nuova: non sai dove andare a fare il tuo dottorato o un’esperienza di ricerca? Trova un posto, prova! Io sono arrivato a Philadelphia lavorando su qualcosa che non mi interessava molto, il cancro alla prostata, ma ne sono uscito con soddisfazione, con una pubblicazione, e mi è servito. ‘Vai e prova’ significa anche fuori dall’Italia. Tanti miei colleghi universitari avevano legami e sono rimasti. La mia esperienza dice: hai possibilità di andare a fare esperienza un anno in Olanda, in Belgio, in Germania? Vai e prova, in ogni posto c’è un atteggiamento diverso verso la ricerca, e c’è un mondo nuovo da scoprire al di là del laboratorio e della ricerca. La ricerca deve essere un modo di vivere.

Qual è il rapporto tra senior e giovani? Ci sono percorsi di mentoring, incentivi ai talenti? L’America è la terra meritocratica che immaginiamo?

In linea di massima sì. Io ho parlato col mio professore di riferimento, gli ho detto: “lei lavora sull’invecchiamento, io voglio studiare l’invecchiamento…” e lui mi dice: fai il test e mandaci la tua domanda per il dottorato, come tutti gli altri. Non esistono relazioni privilegiate, ma rapporti basati esclusivamente sulle competenze, sul merito. Il sistema è molto didattico: ti insegnano anche con tough love, amore duro: ti fanno provare e ti danno bastonate. Uno degli esami che dobbiamo passare si chiama qualifier, in cui dobbiamo formulare un Grant, una proposta scritta di un nuovo progetto di ricerca : lo sottoponi a 4-5 professori che lo analizzano punto per punto davanti a te, e ti fanno sentire completamente idiota a ogni singolo errore; però lo fanno perché la prossima volta ci pensi due volte a scrivere una stupidaggine. È un sistema buono, perché ti insegna molto in poco tempo, se ne hai voglia.

Dal punto di vista dei rapporti lavorativi c’è un po’ di tutto: il capo assenteista che va a giocare a golf, il capo manager che ti sta col fiato sul collo e ti dice come fare ogni cosa, ma anche il capo con il quale puoi bere una birra al pub dopo il laboratorio; l’atteggiamento generale è di insegnamento, di trasmissione della conoscenza.

C’è lavoro di gruppo?

Fuori dallo stereotipo del ricercatore solitario, la ricerca oggi è lavoro di gruppo. Non c’è niente che sia attribuibile alla singola persona. Non paga l’atteggiamento di chi dice: questa è la mia idea e dovete metterla in pratica. Paga invece quando ognuno ci mette del suo: il capolaboratorio, certo, ma anche lo studente che può proporre un’idea. Magari due studenti lavorano sullo stesso problema da due punti di vista diversi, e quel che mettono in comune diventa qualcosa di ‘più grande’. Anche tra laboratori, anche dall’altra parte del mondo. Si collabora e i risultati si mettono assieme, o comunque il tuo lavoro si fonda su quello degli altri, su scala globale.

Come pensi evolverà il mercato e il mestiere?

Con la crisi economica le disponibilità di fondi per la ricerca sono basse anche in America, per gli standard americani. L’NIH (National Institute of Health) ha una linea 1 a 10, cioè su 100 proposte solo 10 ricevono finanziamento.

Come si evolverà il mio mestiere… c’è ora una sorta di outsourcing di molti esperimenti e tecniche di laboratorio, ad esempio il clonaggio: la tecnica di inserire un gene estraneo in una cellula/organismo, utile per molti studi diagnostici; è una cosa che ho imparato a fare manualmente ma che ormai nessuno fa più. Ora si prende il telefono, si chiama la compagnia e si dice: voglio questo tipo di gene in questo plasmide in questo tipo di cellula. Lo si fa fare all’esterno. Qualcuno è arrivato a dire che in futuro gli esperimenti saranno fatti tutti a tavolino, e il ricercatore sarà uno che li pensa, telefona alla compagnia e li commissiona. Non sono sicuro che succederà perché molta gente, io per primo, non si fida dei risultati, degli altri, ma anche dei suoi! Secondo me ci sarà sempre un certo tipo di esperienza diretta. Non credo si arriverà mai a fare outsourcing sull’idea, ma sulle tecniche preparative. Un esempio: uno dei metodi migliori per studiare l’effetto di un gene, di una proteina, è osservare cosa succede a un organismo quando quella proteina non c’è. Lì un laboratorio può prepararti un topo senza quel gene, ma sarai tu ricercatore a fare le domande. Quel che ‘resta’ dello sperimentatore è lo spirito di indagine, la voglia di scoprire.

Posted in: Intervista