Cosa non vi piace del lavoro? Le vostre risposte

Posted on January 18, 2012 by

0


freedom-freedom-work-funny-wilderness-outdoors-demotivational-poster-1205482803


Vi abbiamo chiesto di immaginarvi con la bacchetta magica per eliminare, con un gesto, ciò che non vi piace del lavoro.

Ciò che lo priva di senso, lo rende alienante, insopportabile. Insomma ciò che rende il mestiere ‘fatica’.

Ecco le vostre risposte:

  1. TEMPO – il lavoratore non decide il tempo di produzione del bene e del servizio: 36%
  2. CREATIVITA’ – il lavoratore non può produrre in modo creativo, il bene o servizio deve essere standard: 27%
  3. LIBERTA’ – il lavoratore produce beni o servizi che non riconosce come espressione di libertà, bensì di costrizione: 18%
  4. PROPRIETA’ – il lavoratore non ha alcuna proprietà del bene e del servizio che produce: 10%
  5. COMUNITA’ – il lavoratore non produce per la propria comunità, bensì per altri che determinano a chi quel bene o servizio sarà venduto o erogato: 9%

In testa TEMPO, CREATIVITA’ e LIBERTA’, da voi indicati come fattori su cui esercitare autodeterminazione, pena l’insopportabilità delle attività che ci occupano. A seguire PROPRIETA’ (avere o no interesse economico diretto) e in coda COMUNITA’: che il proprio lavoro abbia o meno un impatto benefico diretto sulla comunità in cui si vive.

Si individua sulle prime tre scelte un cluster di autonomia, di indipendenza che, credo, ha coerenza con il passaggio che il lavoro contemporaneo sta vivendo verso i mestieri knowledge based: è nella natura stessa (o meglio, nell’immaginario) dei ‘lavori di intelletto’ una certa dose di libertà e autogestione delle proprie risorse rispetto al ‘lavoro di fatica’, che storicamente individua (sempre a livello di immaginario) un ‘padrone’ più presente e autoritario, un campo di decisione personale ristretto, quindi una routine. Immaginario duro a morire dato che questi elementi, assieme al margine economico, spesso spingono i ragazzi a intraprendere un percorso universitario rispetto, ad esempio, a garzone di bottega.

Ho una domanda: quanto l’immaginario della scalata sociale (chiamiamola borghese, sogno americano, o come ci pare), del merito premiato, corrisponde al reale oggi? E poi: queste scalate, possibili, immaginate, chi riguardano: me stesso, i miei cari, la mia comunità, comunità connesse globalalmente? Quanto è esteso lo spettro di benessere che immaginiamo derivi dal nostro progresso personale?

Poi in classifica troviamo la PROPRIETA’, legame personale con i prodotti forse ormai appartenente al secolo scorso (se si esclude qualche micro-trend di ritorno all’agricoltura, spesso più ‘romantico’ che funzionale). A chiudere la COMUNITA’, l’impatto del proprio lavoro sul territorio; sempre più spesso si parla di glocality, di sostenibilità, mi pare perciò strano trovarla in coda: attendo vostre delucidazioni.

Una migliore comprensione possiamo averla chiacchierando del lavoro di tutti i giorni, quello che incide sul mondo reale per migliorarlo nel senso che noi intendiamo; quindi prenotatevi per un’intervista, potremmo chiederci cosa ci piace del nostro lavoro.

Paolo il Sognatore (ma non sono il solo!)