Sai costruire un accendino? (Di quale tecnologia abbiamo bisogno)

Posted on January 4, 2012 by

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fuoco


Parlando di scenari post-catastrofici scrivevo che, ritrovandosi infine sani e salvi, è meglio sincerarsi di non essere i soli. Per scambiare due chiacchiere, certo, ma anche perché del 90% delle cose che ci circondano non conosciamo origine, funzionamento, riparazione. Una stima al ribasso. Dicevo, ad esempio, che non so costruire un accendino. Forse mio cugino, che da piccolo aveva l’abitudine di aprire a martellate ogni nuovo giocattolo ricevuto, ne sa qualcosa in più. E voi?

Vi racconto un aneddoto risalente ormai all’anno scorso: come da avviso, un lunedì abbiamo passato la prima mezzora in ufficio senza elettricità. Portatili chiusi, sguardi crucciati… molta della nostra capacità produttiva è veicolata dalla tecnologia (new entry: smartphone e, per chi ha spazio, ipad): troppa? Personalmente ho una visione ottimista delle (nuove) tecnologie, e credo che davvero possano aiutare la collaborazione. Altrimenti non ci lavorerei.

Ma un pensiero, quella mezzora, me l’ha lasciato: non puoi intuire il potenziale di supporto della tecnologia se non sai cosa va a supportare, ossia se non sai come lavori e perchè. Se non sanno come lavorano, quali le relazioni che danno il ‘prodotto’, i clienti con cui dialoghiamo crederanno che la tecnologia coinvolta sia sempre troppa o troppa poca, troppo complessa, troppo fredda, ecc.; si aspetteranno una tecnologia taumaturgica anzichè di supporto. Fintanto che gli strumenti non siano immersi in una cultura di vera collaborazione, e nelle relazioni umane.

Primo passo per chi propone a un business di sperimentarsi social è stimolare la domanda: la nostra è una cultura di collaborazione? O che consente (non censura) la collaborazione spontanea?

Da Wikipedia, nel termine ‘tecnologia‘ dialogano fare e sapere, evidenziando alternativamente l’approccio

  • euristico, quando si procede sperimentalmente attraverso prove ed errori per cercare soluzioni ad un problema inedito, o
  • algoritmico, quando si applicano soluzioni note ad un problema per gran parte simile ad altri affrontati in precedenza.

Questi sono momenti, non dogmi, nel rapporto uomo-techne: non si può tenere una condotta forsennatamente euristica, sperimentale – saremmo come i bambini nella fase degli incessanti ‘perchè?’; così come è inefficace, illusorio un continuo controllo algoritmico: follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi, dice Einstein.

Essere social non è il ripudio di quel che sappiamo dell’organizing ad oggi. Potrebbe invece consistere nell’accettare e stimolare l’alternarsi di controllo e flusso, di sentenze e momenti negoziali. Accettare e stimolare che gli attori di questi passaggi non siano sempre i soliti, ma chi ne ha urgenza rispetto al progresso dell’organizzazione.

Tornando all’accendino: una voce che nel buio chiede all’altra: “Io non lo so fare, so della pietrina focaia, e tu?” è il senso della tecnologia di cui abbiamo davvero bisogno ora.

Paolo