Il mestiere della cura (2a e ultima parte)

Posted on December 6, 2011 by

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nurse


Continuiamo la conversazione con Franco, infermiere e fondatore di infermieriattivi.it. Volgiamo lo sguardo all’orizzonte professionale di crescita e futuro.

Per quanto riguarda la formazione, dicevi che conta essere ‘dentro’.

Essere sul campo è imprescindibile: l’università ti dà tante nozioni, e tu devi fare un distillato, devi capire quel che ti serve quando sei in un reparto. È come studiare un libro di chimica e poi ti trovi di fronte a 3 ingredienti: non puoi pensare a tutto il libro di chimica, devi pensare ai 3 ingredienti, calare nella realtà le nozioni. Non c’è sempre spazio di riflessione nell’emergenza.

Parlami del rapporto senior-giovani: ci sono percorsi di mentoring?

Nelle asl c’è un percorso di tutor, per l’inserimento dei nuovi arrivati; anche per gli studenti infermieri. Questa figura di tutor cambia dalla personalità: c’è il neolaureato molto sicuro dei suoi studi che si scontra subito col  più anziano, così come c’è quello più attento che ascolta e domanda puntualmente il perché delle cose.

C’è un confronto, ma uno scontro non credo; è un adattamento reciproco: anche chi è già sul posto da anni sa che il nuovo arrivato è una risorsa e porta notizie, informazioni nuove che vanno poi adattate alla realtà locale, quindi c’è uno scambio preziosissimo, che può avvenire con calma o con trambusto a seconda delle personalità.

C’è un forte aspetto di network, relazionale, perché quando capitano casi particolari, fuori dalla routine, il fatto di condividerli col collega, con quelli del turno dopo, fa esperienza condivisa: fare rete con le informazioni. Ad esempio: sono anni che non vedo un paziente avere reazioni allergiche a un certo farmaco, ma non vuol dire che accadrà e proprio perché c’è questa sensibilità di far circolare reciprocamente le informazioni, c’è una maggiore attenzione, si le informazioni fanno rete.

Raccontami un momento migliore e uno peggiore del tuo lavoro.

Entrambi riguardano il confronto con gli ammalati. Il rispetto reciproco coi colleghi nasce dal vedere che si lavora con passione, ma chi ti può dare soddisfazione o forti delusioni sono i pazienti.

Esempio negativo: una signora appena operata di una ciste, una cosa lievissima, le si staccò il cerotto che il medico aveva messo sulla ferita, io iniziavo il turno e gli attaccai un altro cerottino: non è stata contenta che io ho fatto da ‘tramite’, che non era accorso da lei il medico, e mi fece rapporto scritto dicendo che non ero capace di lavorare.

Un momento positivo: un paziente, Enrico, oltre i 70 anni, ha fatto un intervento pesante all’intestino e… aveva paura di scoprire chissà cosa. Seguendolo con cura insieme al turno che era con me, lui è rimasto molto contento, passava mesi dopo a trovarci e salutarci. Come dicevo prima, se riesci a capire chi è più sensibile puoi seguirlo meglio.

Due estremi. Io metto a disposizione la mia professionalità e questa impatta con la condizione e il carattere del paziente.

Un’altra cosa positiva: adesso l’infermiere può fare ricerca seguendo un protocollo, anche quelle sono soddisfazioni professionali: trovi dati, li proponi ai congressi, contribuisci alla crescita della professione.

Come vedi evolvere la domanda di lavoro in questo settore? 

Il mercato cambia moltissimo. Io nell’88 ci ho messo due mesi per un concorso e poi subito a lavorare, adesso possono passare degli anni (non da disoccupato, ma con esperienze con cooperative, studio associato, ecc.).

Di spazio ce n’è: ad esempio, molti al sud fanno trasferimento per mobilità perché al sud non fanno concorsi. Bologna non produce abbastanza infermieri, e prende infermieri formati altrove. Il mercato degli infermieri al nord sarà sempre aperto nei prossimi 10-20 anni. Anche se poi chi viene dal sud prima o poi vuole tornare a casa, e porta via con sé le sue conoscenze.

E l’evoluzione di mestiere?

È più difficile dirlo. Nell’ultimo ventennio c’è stata una spinta ‘verso i vertici’: c’è l’infermiere, il coordinatore infermieristico, il dirigente e il direttore; e c’è stato un grosso impegno da parte delle organizzazioni infermieristiche su ricerca e investimenti per far sì che questi vertici funzionino. Però i vertici devono avere una base forte.

In Italia allo stato attuale non si producono dati, non si fa ricerca alla base, se non gratis, senza riconoscimento. È previsto per “legge” che l’infermiere possa fare ricerca, però chi lo paga? Uno studio è fatto di centinaia di ore. Molti rinunciano a ritagliarsi questi spazi, se vedi la nostra rivista nazionale sul sito IPASVI hanno solo 2-3 articoli a numero, forse nei prossimi anni aumenteranno.

L’informazione scientifica degli infermieri è bassa in Italia, non c’è produzione, la base di 400mila infermieri non produce articoli o comunque non c‘è divulgazione di ricerca, la importiamo dall’estero: linee guida e articoli che devono essere poi adattati al contesto, attraverso una metodologia che si chiama evidence based nursing, si attua una rielaborazione sul nostro contesto delle informazioni.

Ci dev’essere un investimento su chi fa ricerca. Oggi i ricercatori strutturati nelle università fanno più volentieri studi su materia complessa, studi che poi avranno più visibilità. Ma non c’è un buon medico senza ottima assistenza. L’assistenza deve fare ricerca su se stessa, altrimenti hai solo l’informazione che si scambiano nel network ‘alto’, che è complicato riportare al lavoro quotidiano. C’è tanto spazio per la crescita tecnico scientifica dell’infermiere.

Che ruolo vedi per la Rete in queste dinamiche di ricerca e apprendimento?

La Rete è indispensabile nell’ambito tecnico, ad esempio i database disponibili via internet. Oggi attraverso la rete l’informazione arriva puntualmente all’infermiere che vuole informarsi.

infermieriattivi.it è nato nel 2005, volevo diventasse un sito per fare formazione a distanza; oggi è un sito oggi di divulgazione, di circolazione di informazioni molto consultato.

Il più grande divulgatore è Google: come infermieri siamo credo una decina tra siti e blog che fanno informazione regolarmente, quindi Google ci trova subito, indirizza su di noi.

Siamo siti che pubblicano spontaneamente, e stiamo ‘rischiando’ di avere più voce della federazione stessa; questo da un punto di vista di infermiere non è giusto, perché tutti i collegi infermieristici pubblicano una rivista, che però devo impazzire per andarmela a trovare. Se ci fosse un portale delle riviste infermieristiche sarebbe un enorme passo avanti.

Nonostante questi limiti, ci sono grandi margini di condivisione e di miglioramento. E le nuove tecnologie arrivano sempre più in reparto: oggi l’infermiere è sommerso dalla burocrazia – cartelle, tabelle, questionari, checklist – ma un domani si lavorerà sul tablet e si farà anche ricerca più velocemente.

Un consiglio a chi vuole intraprendere questo mestiere oggi?

Diventare infermieri è davvero impegnativo, bisogna studiare tanto, quanto i medici, tanto vale provare a fare i medici [ndr: risa]. Scherzo, c’è bisogno di molti infermieri, professionisti preparati capaci di restare aggiornati ma dotati della sensibilità necessaria per prestare la giusta attenzione alla persona.