Dalla fine al fine del lavoro

Posted on November 2, 2011 by

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Una riflessione sul tasso di disoccupazione.

Stiamo leggendo alcuni dati europei  relativi alla disoccupazione e ci chiediamo: come è possibile arrivare ad un’era di civiltà avanzata (questa riflessione vale per la parte del mondo che comunemente chiamiamo Occidente) senza aver programmato un lavoro per ognuno degli uomini e delle donne della comunità. Non mi venite a raccontare che è una fase passeggera, che poi si torna ciclicamente a fornire lavoro a tutti, e nemmeno che questa crisi economica non era prevedibile: balle spaziali. Anni fa, quando abbiamo letto “La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin, sapevamo di alcuni impatti dell’industrializzazione ma non conoscevamo quale deriva questa fenomeno potesse avere; oggi stiamo capendo meglio.

Soluzioni? Nessuna al momento, chi ha una buona idea si faccia avanti!

Riflessioni? Alcune. Io, correndo sulla mia vespa indiana, ne ho partorite 3

1) Qualsiasi soluzione o programma per il futuro deve contenere la consapevolezza che il lavoro abilita la dignita dell’uomo prima di riempire il suo conto corrente bancario. Le lotte per le regole che tutelano le condizioni e il trattamento delle risorse umane non è materia di discussione

2) Ripensare il numero di ore che una giornata di lavoro deve contenere è il primo passo per capire come costruire nuovi lavori e nuovi modi di lavorare

3) I 3/4 dei lavori per cui oggi la formazione prepara le nuove generazioni (università ma anche le aziende) sono obsoleti e quindi chiediamoci di cosa avremo bisogno tra 40 anni e riprogettiamo i percorsi di apprendimento

Se la domanda di beni a livello mondiale è cambiata, se gli impatti dell’economia sul pianeta sono fallimentari dal punto di vista ecologico (e “morale”, direbbe mia nonna), se la conoscenza e il modo in cui accedere ad essa è totalmente cambiato, come è possibile pensare ai mestieri del futuro e alla loro capacità di impegnare l’intera umanità utilizzando le categorie di un sistema produttivo ormai passato?

Non siamo qui, allora, per chiedere un lavoro a chi non vede questi cambiamenti, siamo qui per inventare mestieri che diano lavoro almeno ai nostri figli.

Giuseppe