Il mestiere della cura (1a parte)

Posted on November 29, 2011 by

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Incuriositi dai dati sui mestieri più richiesti in futuro incontriamo Franco Ognibene, infermiere, mestiere in cima alla classifica. Si tratta di una professione che conosciamo poco, e sempre in situazioni particolari, di disagio. Leggendo questa intervista ognuno saprà qualcosa in più, qualcosa che ci verrà in mente quando incontreremo un infermiere, un Franco, una Valeria, un Muhammad orgogliosi del proprio mestiere, professionisti che ci rendono il dolore più sopportabile e la cura più umana.

In questa prima parte parliamo dello scopo, della ‘vocazione’ e dei benefici per l’organizzazione, di questo mestiere.

Franco ha dalla sua una vasta esperienza e un’ottima capacità descrittiva, perciò lasciamo che ci racconti:

Ho lavorato all’ospedale Bellaria di Bologna dal 1988 al 2005. Ho visto il passaggio da un sistema ospedaliero tradizionale incentrato sull’attività del primario medico responsabile di tutta l’organizzazione a un primario manager; ma nel frattempo è cambiato anche il lavoro dell’infermiere: nell’88 lavorava per compiti su ordine medico e con scarsa autonomia. Nell’88 le scuole erano regionali, e l’infermiere si poteva formare già a 16 anni, come ho fatto io.

Una cosa che unisce l’infermiere di oggi a quello di ieri è che tanti lo fanno perché cercano un impiego. Il lavoro dell’infermiere era un lavoro sicuro e lo è anche oggi.

Dal gennaio 2006 io pratico la libera professione e, avendo un po’ di esperienza, non ho avuto problemi a trovare lavoro. Essere libero professionista fa lavorare tanto, ma c’è sempre quel lato di incertezza, e non sai mai dopo luglio agosto quando ripartirai.

Dopo questo ritratto di professione e contesto, chiedo a Franco di descrivermi lo scopo del suo lavoro: 

Sullo scopo del fare l’infermiere si possono trovare tante cose scritte; ma nel lato pratico quando ti trovi a lavorare ci sono tante attività routinarie d’obbligo, e la differenza tra l’essere parte di una catena di montaggio e l’essere professionista è riconoscere chi ha bisogno: non tutte le persone sono uguali, non tutte hanno bisogno allo stesso modo, non tutti affrontano la malattia nella stessa maniera. Io penso di essere un ‘compagno di viaggio’, quello che sta nel sedile affianco e ti aiuta a fare il tuo viaggio per bene. Tra i ricoverati c’è chi si aspetta di essere servito e riverito, chi si aspetta che tu faccia miracoli somministrando un farmaco, quello che non ti dice niente ma a bisogno e se non riesci a interagire e a dargli ciò di cui necessita avrà una brutta esperienza di quel ricovero: bisogna cercare di capire le persone e accompagnarle nel periodo di degenza. Questo è il mio modo di fare l’infermiere, conta molto l’esperienza di guarigione che le persone fanno durante la degenza.

Mi piace l’idea del compagno di viaggio: quale peso ha l’attitudine in questo mestiere?

Si genera confusione sulla ‘vocazione dell’infermiere’: io ho iniziato a 18 anni perché avevo bisogno di lavorare, di avere uno stipendio. Il discorso di vocazione è un principio di tipo più ecclesiastico, e all’interno della professione non piace molto parlarne così; la professione vuole crescere su basi tecniche e scientifiche. Io preferisco parlare più della capacità del professionista di essere sensibile alle sfumature della persona.

È un lavoro in squadra: un infermiere non fa la differenza perché ha la vocazione: c’è una squadra di infermieri che lavora a turni, e quindi il lavoro di uno deve inserirsi nel lavoro dell’altro: se uno lavora e non lascia tutto in ordine, il materiale pronto, le informazioni giuste, quello dopo deve lavorare di più e non può dare la giusta assistenza. La vocazione del singolo non riesce ad esprimersi, la sensibilità del singolo nel cogliere i problemi che non rientrano nella routine è molto più importante.

Parliamo dei benefici del tuo lavoro: quali sono i vantaggi per l’organizzazione in cui lavori?

L’organizzazione sanitaria non può esistere senza l’infermiere: oggi ci sono bravissimi primari che hanno bravissimi staff: non esiste un chirurgo, un oncologo senza infermieri. Più aumenta la complessità tecnica della professione, più ci vogliono infermieri specializzati.

Io ho lavorato in oncologia al Bellaria e, non perché c’ero io o c’erano altri, posso dire che eravamo molto bravi perché abbiamo lavorato insieme per più di 10 anni. Quando lo staff è sempre quello, fa i corsi di formazione, si aggiorna, cambia il proprio modo di lavorare con le nuove conoscenze, tutta l’organizzazione va molto bene.

Oggi purtroppo si trovano staff di infermieri che hanno anzianità media bassissima, sotto i 6 mesi. In questi contesti lavorativi avere infermieri di esperienza che si confrontino coi nuovi arrivati è un grosso aiuto; il reparto matura una propria esperienza che va trasferita, non si fa un reparto ‘mettendoci persone dentro’.

Spesso nel privato si apre un reparto di chirurgia, ci si mette dentro personale che arriva da realtà diverse, agenzia interinale, cooperative… quindi non si può avere la stessa qualità che danno infermieri che lavorano insieme da anni. Il livello di comunicazione è molto diverso.

Questo è un mestiere essenzialmente di servizio, riusciamo ad inquadrarlo anche da un lato più personale?

Lo stipendio va bene se uno adegua le proprie esigenze. Figli, mutuo, macchina puoi averne. Devi dare delle priorità. Intraprendendo la libera professione si guadagna bene con committenti onesti ma ho visto che è meglio ridurre un po’ l’attività, se fai più di 200 ore al mese dopo non c’è più vita.

Dal punto di vista personale, il fatto di avere un turno fisso consente anche di studiare, io mi sono laureato in scienze naturali. È stata una mia volontà di trovare una completezza, per integrare il mio breve percorso di studi. Oggi con master e corsi di specializzazione l’infermiere può crescere e fare carriera; io li consiglierei a chi è già inserito in un contesto di lavoro stabile, non a chi è fuori: fare specialistica o master senza già essere dentro quel mondo potrebbe darti la prospettiva sbagliata. Se sei già dentro, già caposala, e fai specialistica e poi master puoi ambire a fare il dirigente.

La proporzione pressappoco è questa: ogni 20 infermieri c’è un caposala (coordinatore infermieristico), ogni 100 un dirigente infermieristico, e ogni 1000-2000 c’è un direttore infermieristico: capisci che è una gara davvero impegnativa. Farsi un’idea sul campo se ne vale la pena è meglio.

Ci sono tante specializzazioni più piccole, ad esempio la sala operatoria, anziché puntare a scalare gerarchie; di dirigenti ce n’è uno ogni azienda usl.

Cosa cambia tra essere caposala (coordinatore infermieristico) e semplice infermiere?

A parte lo stipendio, nel lato pratico l’infermiere è quello che eroga l’assistenza, il caposala dà le direttive e gli stimoli per lavorare bene, sta dietro l’assistenza, ed è un po’ solo. È un lavoro impegnativo, in un contesto dove il peso della responsabilità è alto. È meglio capire se davvero vogliamo farlo.

[Continua... con percorso formativo, momenti migliori e peggiori, futuro del mestiere]